Alla vigilia della sua mostra palermitana, che una petizione ha provato a bloccare, Hermann Nitsch si racconta. Parlando di rituali, musica, sentimento tragico, performance e pittura. E di quanto il suo teatro non abbia niente a che fare con la violenza.
“Io profanai e sfinii la parola per esprimere qualcosa che stava dietro la parola, che la parola stessa non poteva più esprimere, e giunsi con ciò a plasmare la realtà. […] Il passo successivo fu la dissoluzione del linguaggio. L’eccesso divenne indicibile. Nacque una voluttà di dilaniamento della lingua e di distruttiva fisicità sillabica. […] La lingua si dissolse fino a raggiungere il nudo accecamento dell’urlo. La lingua frantumata dovette lasciare il posto alla carne dilaniata dell’animale uomo dio“. La scrittura aulica di Hermann Nitsch, figlia di un tormento filosofico tutto novecentesco, si afferma e si nega scandalosamente in questo passo, tratto dal saggio “La composizione testuale del teatro delle orge e dei misteri” (Napoli, edizioni Morra, 1994).
