Cose come inchiodarsi i testicoli sull’asfalto della Piazza Rossa, a Mosca, come atto di denuncia, contro l’autoritarismo di Putin; oppure cose come cucirsi le labbra, in difesa del diritto di espressione, o tagliarsi il lobo di un orecchio, ricordando Van Gogh, dinanzi alla clinica psichiatrica di Serbsky, dove un tempo (non troppo lontano) venivano rinchiusi i dissidenti politici. Il linguaggio dell’artista Pyotr Pavlensky, che si colloca in un filone preciso dell’estetica contemporanea russa – dai Voina alle Pussy Riot – è infarcito di contenuti politici, orientato alla provocazione contro il sistema e gli abusi di regime, fatto di gesti performativi eclatanti, provocatori, di rottura.
L’ultima azione di Pavlensky risale allo scorso sabato, 8 novembre 2015. La sua figura smilza, il suo volto pallido incappucciato, la sua presenza fragile, si sono trasformati in una minaccia concreta: giunto dinanzi all’ingresso principale dell’FSB – l’ex KGB, oggi Federal Security Service – l’artista ha cosparso di benzina il portone di legno, ha appiccato il fuoco con un accendino e poi è rimasto in attesa, serafico, dando le spalle alla fiamme.
